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Centro di Accoglienza Padre Nostro Onlus
Fondato dal Beato Giuseppe Puglisi il 16 luglio 1991. Eretto in ente morale con D.M. del 22.09.1999
Centro di Accoglienza Padre Nostro Onlus

Quarto Oggiaro, insieme per l’accoglienza

Per aiutare mamme e bambine in difficoltà, nella periferia milanese si ritrovano Fondazione Archè, il Centro Brancaccio di Palermo e la Fondazione Giovanni Paolo II. E ieri il cardinale Coccopalmerio ha benedetto la nuova cappella della casa che ospita i nuclei familiari

data articolo 28/05/2017 autore Avvenire categoria articolo RASSEGNA
 
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Nove mamme, quindici bambini e un “Padre Nostro”. Anzi: due. Accade a Quarto Oggiaro, alla periferia di Milano, dove dallo scorso anno ha la sua sede CasArchè, “luogo di bene comune” nato per accogliere nuclei mamma- bambino in difficoltà e aiutarli a riprendere il cammino. Ebbene: la casa non aveva ancora una cappella. Ora si. L’ha benedetta ieri il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi. « E’ un piccolo scrigno. Ed è intitolata al Padre Nostro», racconta padre Giuseppe Bettoni, sacramentino, fondatore di Archè onlus. Ma un “Padre Nostro” chiama l’altro. Andiamo indietro di pochi giorni. Giovedì 25 Maggio. CasArchè apre le porte a visitatori arrivati dalla Toscana e dalla Sicilia. Due nomi per tutti: Angiolo Rossi, direttore della Fondazione Giovanni Paolo II, e Maurizio Artale, presidente del Centro di accoglienza “Padre Nostro” di Brancaccio, Palermo. Una visita di cortesia? No. Rossi e Artale non se ne sono andati prima di aver lasciato la propria firma – con quella di padre Bettoni, nella veste di presidente di Fondazione Archè – in calce al protocollo d’intesa fra le rispettive onlus. Un’intesa che chiama le tre realtà allo scambio di esperienze, al confronto e alla collaborazione, in Italia e all’estero, anzitutto in materia di accoglienza e promozione dell’autonomia dei nucleo mamma-bambino “fragili”. Attenzione alla data. L’intesa è stata firmata il 25 maggio: esattamente quattro anni dopo la beatificazione – avvenuta a Palermo il 25 maggio 2013 – di padre Pino Puglisi, il fondatore del Centro “Padre Nostro” di Brancaccio, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Il centro d’accoglienza custodisce e rinnova l’eredità di padre Puglisi e della sua azione pastorale e pedagogica, rivolta in particolare ai ragazzi a maggior rischio emarginazione (e reclutamento da parte della criminalità organizzata).
Altro firmatario dell’intesa è la Fondazione  Giovanni Paolo II per il dialogo, la cooperazione e lo sviluppo, nata dall’impegno delle diocesi toscane di Fiesole e di Montepulciano Chiusi-Pienza (con altre diocesi, istituzioni e realtà laiche e cattoliche) a favore dei paesi del Medio Oriente e di altre terre ferite dalla povertà e dalla guerra. Infine Archè: nata nel 1991 per prendersi cura dei bambini sieropositivi e delle loro famiglie, oggi si occupa dei nucleo mamma-bambino italiani e stranieri “feriti” dall’indigenza, dal disagio familiare e sociale, quando non dall’abbandono o dalla violenza. L’onlus è attiva in Italia, Kenya e Zambia.
Questi i soggetti firmatari dell’intesa, che «nasce da una sintonia di fondo, dalla condivisione dei valori evangelici nel servizio agli ultimi», dice padre Bettoni. Ecco perché un “luogo di bene comune” come CasArchè ha sentito il bisogno di avere al suo interno un luogo di culto. L’hanno ricavato nel seminterrato, accanto alla sala intitolata al “giornalista a rotelle” Franco Bomprezzi, amico di Archè. Nella cappella: il Padre Nostro scritto in sette lingue, un’icona di maria Madre della tenerezza di Elva Viviani, un tabernacolo realizzato da Giovanni Manfredini con le lamiere di Kibera, baraccopoli di Nairobi. Nell’altare: le reliquie di san Pier Giuliano Eymard, fondatore dei sacramentino, di Giovanni XXIII  e di Carlo Maria Martini, arcivescovo a Milano quando nasceva Archè. Sospesa sopra l’altare: una croce fatta col legno dei barconi di Lampedusa. C’è anche un quadro di Daniela Alfarano, Piuma, «in memoria – spiega padre Bettoni – di tutti gli angeli passati in mezzo a noi». No, non sono senza protezione e senza compagnia le nove mamme e i quindici bambini che oggi abitano in CasArchè.

di Lorenzo Rosoli

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