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Ghanese espulso, Biagio Conte digiuna. La battaglia del frate laico contro il decreto sicurezza

Paul Aning è uno dei principali collaboratori della Missione ma non ha ottenuto il rinnovo del permesso. «Questa è solo la punta dell’iceberg, come lui l’80 per cento degli ospiti»

data articolo 30/04/2019 autore Giornale di Sicilia categoria articolo RASSEGNA
 
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Ghanese espulso, Biagio Conte digiuna. La battaglia del frate laico contro il decreto sicurezza
Ghanese espulso, Biagio Conte digiuna. La battaglia del frate laico contro il decreto sicurezza

Uno dei principali collaboratori di Biagio Conte, ghanese, ospite e volontario in missione da dieci anni, idraulico e factotum delle strutture che ospitano oltre mille senzatetto, è stato raggiunto da un decreto di espulsione dall’Italia ed è sottoposto all’obbligo di firma. Paul Yaw Aning, 51 anni, è un migrante irregolare, con permesso di soggiorno scaduto che non è stato possibile rinnovare, finito nelle maglie della giustizia italiana. Ma fratel Biagio Conte non ci sta e comincia un nuovo periodo di digiuno e preghiera in un luogo simbolo della città, piazza Anita Garibaldi, dove venne ucciso dalla mafia il beato don Pino Puglisi. Tornato da un paio di settimane dal suo lungo pellegrinaggio per l’Europa e attraverso il Marocco, dove lo hanno raggiunto gli echi dell’indurimento delle modalità di accoglienza dei migranti da parte del governo italiano, il missionario laico ha subito toccato con mano gli effetti di cosa potrebbe accadere a gran parte dei «fratelli accolti» in via Decollati. Pochi giorni fa, Biagio stesso ha raggiunto l’Ufficio Immigrazione della questura in cerca di Paul, che aveva ricevuto una convocazione convinto si trattasse del rilascio del nuovo permesso di soggiorno, ma non era più tornato in missione. In realtà, dal controllo dei documenti è risultato irregolare, gli è stato trattenuto il passaporto ed è stato colpito da un decreto di espulsione emesso dal prefetto e da un provvedimento di accompagnamento alla frontiera firmato dal questore, entrambi convalidati il 26 aprile dal giudice di pace, Antonio Cutaia.

Una vicenda che Biagio Conte definisce «una grande ingiustizia». Paul arriva in Italia 17 anni fa, a Bologna, per lavorare in fabbrica. Poi la crisi, la chiusura dell’azienda e dieci anni fa il ghanese si trasferisce a Palermo, trovando ospitalità nella missione Speranza e Carità. «Ha sempre vissuto con grande spirito di servizio, di generosità e di onestà. In Africa era un idraulico e a Palermo ha donato il suo servizio a tutti i suoi fratelli della missione -  raccontano i volontari – Ha riparato impianti idraulici, ha aiutato tanti italiani e stranieri che dormivano per strada. Ha riparato i bagni della grande casa che è la missione. Adesso un provvedimento che non capiamo vorrebbe espellerlo dall’Italia». In realtà il suo permesso di soggiorno per motivi di lavoro è scaduto da sei anni e non è stato possibile rinnovarlo. Sembra che Paul sia stato raggirato da una onlus disposta a firmare contratti di lavoro fittizi. L’avvocato Giovanni Lupo ha presentato un ricorso al Tar contro il diniego del permesso di soggiorno; la richiesta di sospensiva non è stata accolta, «ma il Tar deve ancora pronunciarsi nel merito e passerà almeno un altro anno – sottolinea il legale-. Nel frattempo avevamo preparato una relazione che attestasse la condotta impeccabile di Paul e la sua permanenza in missione. Adesso impugnerò il decreto di espulsione».

Biagio, col cuore pieno di sofferenza, si è messo accanto a Paul e non vuole lasciarlo, anche a costo di beccarsi una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg: almeno l’80 per cento degli ospiti della missione in via Decollati è a rischio di espulsione per decadenza del permesso di soggiorno per motivi umanitari o per altre restrizioni portate dal decreto Sicurezza. «Paul è stato invitato a mettere la firma al commissariato di Brancaccio come uno che ha commesso un reato, ma non ha mai fatto nulla» dice il missionario dal luogo del martirio di padre Puglisi, accanto alla statua che ritrae il sacerdote davanti alla casa-museo visitata da papa Francesco lo scorso 15 settembre. Non mangerà, pregherà, non si muoverà da lì finche non ci sarà giustizia per Paul. E lancia un appello a tutte le istituzioni, dal Presidente della Repubblica, al sindaco, dal presidente della Regione al prefetto, al questore, da papa Francesco ai vescovi di Sicilia, chiede aiuto a tutte le parrocchie e ai cittadini: «Non lo ammanettate! Non lo arrestate! Non lo rimpatriate! Non è un delinquente. E’ un disperato. In 17 anni di permanenza nell’Italia non ha mai commesso un reato. E’ una persona giusta. Questa ingiustizia ritornerà male per tutta la nostra società». «Sosterremo la protesta e il digiuno di Biagio Conte, ma questo non basta. Per risolvere una situazione così grave, che rischia di diventare esplosiva, ci vuole un approccio globale, coinvolgendo istituzioni, associazioni, enti impegnati nel sociale, avvocati. Non possiamo fare scoppiare questa polveriera». Maurizio Artale, presidente del Centro di accoglienza Padre Nostro Ets, apprende di buon ora della nuova forma di protesta pacifica messa in campo dal fondatore della missione Speranza e Carità e diventa subito propositivo. A centinaia vengono da tutta Italia per fare visita alla casa-museo Puglisi, dove abitava il sacerdote martire e davanti alla quale venne ucciso da un colpo di pistola per ordine di Cosa nostra. Da ieri i gruppi non fanno che domandare chi sia e cosa chieda quell’uomo con il saio verde, la lunga barba brizzolata e gli occhi azzurri, disteso su un cartone accanto alla statua di don Pino. I cartelloni con le immagini di santa Bakhita, una schiava sudanese, poi diventata religiosa canossiana in Veneto e missionaria, e di San Benedetto il Moro, figlio di schiavi e co-patrono di Palermo, gli tengono compagnia. «Propongo al sindaco, alla prefettura, all’arcivescovo, agli enti del terzo settore di istituire un tavolo tecnico per affrontare il problema di centinaia di migranti che vivono nella missione Speranza e Carità e che sono a rischio di espulsione – dice Artale -. Abbiamo tutte le possibilità, anche grazie ai nostri consulenti legali, di analizzare i singoli casi e provare a trovare una soluzione per ciascuno, prima che arrivino provvedimenti. Se è il caso, possiamo anche chiedere un’interlocuzione col ministero dell’Interno. Non dobbiamo dimenticare che si tratta di pensare che vivono qui in città da anni, in maniera assolutamente pacifica, che svolgono attività all’interno delle strutture della missione. Il Centro Padre Nostro si fa promotore di questa iniziativa a sostegno della missione».

Alessandra Turrisi

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