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Don Puglisi, ergastolo a Filippo Graviano

data articolo 20/02/2001 autore Giornale di Sicilia categoria articolo RASSEGNA
 
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Articolo del Giornale di Sicilia
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In primo grado era stato assolto dall'accusa di essere il mandante del delitto del prete. La sentenza d'appello conferma il carcere a vita per il fratello Giuseppe L'omicidio di don Pino Puglisi fu ordinato da entrambi i fratelli Graviano, boss di Brancaccio. Lo ha deciso la prima sezione della Corte d'assise d'appello, presieduta da Innocenzo La Mantia, che ha annullato l'assoluzione di Filippo Graviano (decisa dai giudici di primo grado), condannando anche lui, oltre al fratello Giuseppe, al carcere a vita. Dalla Corte d'assise Filippo Graviano era stato condannato a dieci anni solo per associazione mafiosa: per il delitto i giudici avevano ritenuto insufficienti gli indizi a carico del boss di Brancaccio. Adesso la sentenza č stata modificata. Confermati invece la massima pena per Giuseppe Graviano e i sedici anni inflitti al collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli, reo confesso del delitto, avvenuto il 15 settembre del 1993. L'appello contro la sentenza era stato presentato dal pm che aveva seguito il dibattimento in assise, Lorenzo Matassa e dal pg Antonino Gatto. In aula la richiesta di ergastolo era stata sostenuta dall'altro pg Franco Lo Voi. I rappresentanti dell'accusa avevano affermato l'incongruenza della tesi portata avanti dai giudici di primo grado, che avevano considerato capo del mandamento mafioso di Brancaccio _ e come tale mandante unico del delitto "eccellente" -solo Giuseppe Graviano. I difensori, gli avvocati Franco Inzerillo, Giuseppe Oddo e Ninni Giacobbe, hanno preannunciato il ricorso in Cassazione. Nelle loro arringhe finali avevano sostenuto che contro i loro clienti c'erano solo le accuse di collaboranti come Grigoli e Pasquale Di Filippo, che avevano riferito informazioni (secondo i legali estremamente vaghe) apprese da altri, dunque "de relato". L'accusa aveva sempre sostenuto invece che le dichiarazioni erano state estremamente precise e che i boss di Brancaccio, attraverso Antonino Mangano (condannato in un altro troncone dello stesso processo), avevano trasmesso l'ordine di uccidere il parroco di San Gaetano. Don Pino era inviso ai boss, per la sua testimonianza del Vangelo viva e concreta, tra la gente e i ragazzi del quartiere, per il suo rifiuto di qualsiasi tipo di compromesso con i boss. Il suo omicidio si inserisce tra l'altro, secondo il pm Matassa, in una strategia di attacco della mafia alla Chiesa, espressa giā con gli attentati del luglio 1993 a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma. Oltre a Mangano, sono giā stati condannati con sentenza definitiva all'ergastolo anche altri tre esecutori materiali: Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro e Gaspare Spatuzza. Soddisfazione per la sentenza della Corte d'assise d'appello č stata espressa dal presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, e dal capogruppo del Ppi nello stesso organismo parlamentare, Giuseppe Scozzari: la decisione, sostengono in sostanza in due distinte note, rende giustizia alla memoria di don Pino. Riccardo Arena

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