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I ragazzini perduti dell’altra Palermo

I minorenni di Sperone e Brancaccio che hanno aggredito il senegalese

data articolo 14/06/2020 autore La Repubblica categoria articolo RASSEGNA
 
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I ragazzini perduti dell’altra Palermo
I ragazzini perduti dell’altra Palermo

Addormentati sui banchi di scuola, rabbiosi alla sera per le strade dei loro quartieri o al centro della città. Già a 13 anni rubano, commettono atti di vandalismo, aggrediscono gli adulti. Il branco li fa sentire al riparo dalla paura e gli dà la sensazione dell’impunità. Alle loro spalle famiglie disgregate che li hanno cresciuti in un clima di violenza. Ecco qual è la vita di molti dei ragazzini che abitano tra Brancaccio e Sperone. Sono i due quartieri dove nei giorni scorsi sono stati identificati e indagati nove aggressori, tutti tra i 13 e i 16 anni, del senegalese Boubacar Kande. Il reato è lesioni personali con l’aggravante dell’odio razziale. La procura ordinaria, ieri, ha indagato anche quattro adulti.

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Palermo Attualità

Venerdì, 14 febbraio 2020 la Repubblica

IL REPORTAGE

La legge del branco i ragazzini perduti dell’altra Palermo

La maggior parte degli indagati per l’aggressione razzista al giovane senegalese viene da Sperone e Brancaccio. Lasciano la scuola e sono abbandonati a loro stessi. Ecco le loro storie e quelle di preti e prof che provano a indicargli una nuova strada

di Romina Marceca

Si muovono tra i quartieri Brancaccio e Sperone, questi giovanissimi che parlano il linguaggio della violenza perché a quello sono stati abituati. Da quando sono nati. Tre degli indagati, originari dello Sperone, li ha visti crescere don Ugo Di Marzo, parroco di Maria Santissima delle Grazie a Roccella. «L’ho appena saputo che sono coinvolti anche loro, sono sconvolto e dispiaciuto – dice – perché nessuno di loro è pregiudicato anche se in famiglia hanno familiari finiti in carcere». Ma chi sono questi ragazzini? Cosa fanno di giorno? Vanno a scuola? «Hanno abbandonato gli studi e hanno intrapreso, dopo la terza media, un percorso professionale. Purtroppo, sono abbandonati a loro stessi. Uno dei ragazzini l’ho già sentito e proprio lui si sta preparando in casa per gli esami di terza media, con l’assistenza di una associazione. Una decisione presa, in accordo con la famiglia, per allontanarlo dalle brutte compagnie. Non credo che abbiano maturato davvero dell’odio razziale perché proprio sui campetti di calcio questi adolescenti hanno giocato con i minori immigrati. L’integrazione c’è sempre stata qui».

Allo Sperone la voglia di cambiare c’è «ma – aggiunge Don Ugo – queste famiglie non hanno gli strumenti adatti. Molti genitori chiedono alle scuole di non espellere i figli perché non sono in grado di tenerli a casa e temono che si perdano sulle strade. Lo Sperone è il Brancaccio di 25 anni fa». La scuola Giuseppe Di Vittorio è rimasta per tre anni senza dirigente. «Questo non dovrebbe avvenire in una zona di frontiera e ho anche scritto al provveditore. Finalmente è arrivata una preside», continua il parroco. Per padre Di Marco «la bellezza cura tutto».  «Pianteremo quattro alberi in corso dei Mille, doniamo borse di studio ai giovani per proseguire il percorso scolastico». Non ci si ferma allo Sperone e si cerca di combattere la violenza con la cultura.

A Brancaccio la situazione è simile. «Molti ragazzini in terza media ancora non sanno scrivere e non sanno leggere – spiega Maurizio Artale, presidente del centro di accoglienza Padre Nostro – non riescono a formulare un pensiero. Non sanno utilizzare l’immaginazione». A Brancaccio, racconta Artale che al Centro c’è dal 1993, ci sono due tipi di baby gang.  «Ci sono le gang che vivono il quartiere e non si spostano mai. Emulano i loro genitori. È il caso – racconta Artale – di un giovanissimo che ogni volta che suo padre finisce in carcere per motivi di droga, si atteggia a capofamiglia. Proprio questo ragazzino ha più volte dato fuoco al terreno dove dovrebbe sorgere l’asilo nido del quartiere».

L’altro gruppo è quello dei minorenni che, invece, salgono su quel tram che più volte hanno vandalizzato per «andare in città», come se le strade dove abitano non facessero parte di Palermo. Quando scendono dal tram, però, non si sentono accettati. «Si ritrovano in un mondo che non è il loro – continua Artale – e l’unico modo per attirare l’attenzione è sfogare la loro rabbia».

Ma Brancaccio non è solo questa. È anche la terra dove il centro Padre Pino Puglisi e le scuole sul territorio hanno combattuto la dispersione scolastica: dal 48 per cento è passata al 20. Un successo.

Per il vicepreside della scuola media Padre Pino Puglisi, Domenico Buccheri: «Quello a cui stiamo assistendo è il sintomo del fallimento di una politica che non è riuscita a collegare le periferie col resto della città. E non può bastare un tram per unirle». E aggiunge Buccheri, che sul territorio lavora da 20 anni: «Le famiglie di questi giovani sono disgregate. Il pestaggio del giovane senegalese è stato un atto che ha preso di mira un debole, non è un raid razzista. In questo quartiere non c’è nulla, per anni abbiamo lottato per maggiori spazi educativi». E così il centro commerciale Forum è diventato «la palestra di violenza e dove si realizzano i più atroci atti di bullismo».

Proprio la settimana scorsa un sedicenne ha malmenato e rubato il portafogli a una donna. «La chiave potrebbe essere quella di impegnare il più possibile, anche il sabato, questi giovani nelle scuole. Non bisogna lasciarli soli», conclude il vicepreside prima di tornare a scuola a lavorare per i suoi ragazzi.

 

L’Iniziativa

Al lavoro nelle parrocchie come alternativa al carcere

di Giorgio Ruta

Il Vescovo Corrado Lorefice

Saranno in portineria o aiuteranno gli operatori, serviranno alle mense o puliranno le chiese. L’Arcidiocesi di Palermo ha firmato un accordo con l’ufficio servizio sociale per i minorenni per ospitare nelle parrocchie i giovani che devono scontare la pena alternativa al carcere. “L’attenzione ai ragazzi e alle loro famiglie è una nostra priorità”, dice don Sergio Ciresi, vicedirettore della Caritas diocesana che sta seguendo il progetto.

Saranno trenta le parrocchie, ognuna con una disponibilità di posti diversa, che ospiteranno i minorenni con problemi con la giustizia. “Abbiamo deciso di allargare questa esperienza, già attiva in alcune comunità perché sta dando risultati molto positivi”, continua il prete. Un esempio è la storia di Mario (il nome è di fantasia). Suo padre finito in carcere, la madre che andava a vivere con un altro, e lui che andava avanti con furtarelli fin quando lo hanno beccato. Dopo l’inserimento in una parrocchia ha conseguito l’attestato di orafo e adesso lavora in un laboratorio della città “ma soprattutto fa il catechista”, racconta padre Sergio.

I parroci, spesso, sono i primi a segnalare il malessere dei giovani. “nei quartieri difficili frequentemente subiscono il contesto familiare, pagano l’avere alle spalle dei genitori che nonhanno gli strumenti per accompagnarli nella vita. Bisogna ascoltare i loro desideri, ma spesso ci fermiamo ai loro bisogni”, continua il vicedirettore della Caritas. A finire nelle maglie della giustizia sono anche i ragazzi della “Palermo bene” che “finiscono in giri sbagliati perché si sentono esclusi dalla società”.

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