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Don Puglisi, il sorriso contro la mafia

L’omelia di Lorefice: «Bisogna stare eretti per essere liberi» il prete non aveva mai rinunciato a insegnare nella scuola pubblica: «qui trovi tutti i giovani così come sono»

data articolo 16/09/2020 autore Giornale di Sicilia categoria articolo RASSEGNA
 
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«Al massimo che possono farmi, mi uccidono? E allora?» era questa la risposta di Padre Pino Puglisi a chi si preoccupava per lui, parroco a Brancaccio, quartiere tristemente famoso per essere stato il feudo prima dei Contorno e poi dei Graviano. Chi gli voleva bene era in ansia per le minacce, neanche troppo velate, che aveva ricevuto, lui che in quel contesto aveva chiarezza della sua missione: stare con la gente, che a lui era stata affidata, con il compito di promuovere la persona secondo lo stile del Vangelo. Uno stile che ha Cosa Nostra non andava affatto giù, tanto da spegnere quella voce e quell’impegno per sempre. Ventisette anni fa veniva ucciso dai sicari della mafia: era il 1993, 15 settembre come ieri, giorno del suo 56° compleanno. Il senso della sua vita della sua missione sono state ricordate ieri in Cattedrale con una celebrazione officiata dal vescovo monsignor Corrado Lorefice, in un giorno molto triste per la Chiesa, che mentre ricorda il suo primo martire della mafia, fa i conti con un altro assassinio doloroso: quello di don Roberto Malgesini, sacerdote cinquantenne,  molto conosciuto a Como per il suo impegno al fianco degli emarginati, ucciso ieri a coltellate da un senzatetto con dei problemi psichici. Inevitabile il ricordo congiunto, in una cattedrale affollata di fedeli e istituzioni.
«Quest’anno il ricordo del martirio di don Puglisi si lega all’evento dell’uccisione di don Roberto Malgesini, testimone della predilezione di Dio per gli ultimi – ha detto il vescovo in apertura- E’ un nesso tragico, ma carico di memoria e di riverberi evangelici. Due preti uniti nello stesso giorno dalla sequela del Signore fino all’effusione del sangue» Poi tra le righe l’invito dell’alto prelato a trasformare il lutto e  il dolore che le morti, ancor più quelle ingiuste e violente, portano con sé.  «Il Beato don Pino e don Roberto risvegliano in noi la vocazione cristiana che amplifica e porta alle estreme conseguenze la chiamata della vita – ha esortato monsignor Lorefice – Esserci per gli altri, vivere non da ripiegati, ma da eretti, alzati, non schiavi schiacciati dall’io, ma figli liberi perché altri ci siano dati come fratelli e non come nemici e concorrenti, e perché diventino a loro volta tessitori di fraternità». Con un occhio all’attualità e a quello che il mondo sta attraversando: «Il tempo della pandemia ce lo chiede – ha spiegato ancora il monsignore -, mentre rischiamo di essere risucchiati dall’individualismo, dal sospetto, e dalla logica dell’ognuno pensi a sé; prima io e poi gli altri. Per questo la memoria del Beato don Puglisi non può essere un mero ricordo o una cortese espressione di rispetto e di simpatia: noi oggi lo ricordiamo facendo il memoriale della morte e della resurrezione del Signore Gesù. Penso a quanti durante il lockdown silenziosamente sono rimasti in campo, distribuendo viveri necessari, o assoggettandosi a ritmi massacranti nelle corsie e nei reparti di Rianimazione delle strutture ospedaliere. Abbiamo ritrovato un livello più autenticamente umano».
Essere umani, questo faceva «semplicemente» don Pino. Quelli che l’hanno conosciuto da vicino ricordano che per “3P” servire significava camminare a fianco di Gesù e camminare con ogni persona a partire dal suo vissuto». Una passione bruciante vissuta da un uomo normale, come tanti. Uno al quale piaceva stare in compagnia e scherzare; «uno che passava dall’altare alla griglia per arrostire, dopo aver prima raccolto la legna». E che amava la natura. Quando viveva con i ragazzi i campi di «fraternità e preghiera», la notte si partiva in fila indiana e lui, con il sacco sulle spalle e il bastone, li guidava per i sentieri bui che già aveva perlustrato e gli faceva ammirare la luna e le stelle, le ranocchie e i fiori, le farfalle e gli insetti strani. Con lui   «tutto era un’avventura». Per 3P vivere era bello, sorridere era benefico. Attraverso l’umorismo sapeva riconoscere i suoi limiti, non si stupiva delle sue fragilità, non si scoraggiava mai e accettava la vita così come veniva, trattandola sempre come un dono. E ogni incontro era un dono. Amava la sua attività di educatore. Mai, ad esempio, nonostante i suoi mille impegni, avrebbe rinunciato all’insegnamento nella scuola pubblica perché qui «trovi tutti i giovani così come sono».
Una missione chiara la sua. In quella di Brancaccio, dilaniata dalla guerra delle cosche mafiose, padre Puglisi riuscì a coinvolgere nei gruppi parrocchiali molti ragazzi strappandoli alla strada e alla criminalità: don Pino era il prete che combatteva la mafia con il sorriso.
Era il 29 settembre 1990 quando il sacerdote venne nominato parroco a San Gaetano. In soli due anni a Brancaccio avviò le missioni popolari, la scuola teologica di base, il gruppo biblico, la mostra vocazione itinerante, il Centro Padre nostro, ma soprattutto riuscì a tessere una profonda rete di relazioni che, ad esempio, consentì dopo le stragi di mafia un’ampia risposta della sua gente alla «Giornata della vita» e poi la partecipazione alla marcia antimafia del centro città. Una rivoluzione. Il Dio di Padre Puglisi ama tutti «e – ripeteva il sacerdote – si ostina a non perderci. Si sente impoverito, se anche uno dei suoi figli si allontana da lui e ci viene a cercare». Nella giornata del ricordo dopo l’omelia è stato deposto «un fiore per 3P» sulla tomba del sacerdote martire. Il corpo di Padre Puglisi riposa lì, in una cappella della navata sinistra della Cattedrale, nel sarcofago a forma di spiga, perché è quel chicco di grado che, per portare frutto, deve per forza marcire, deve morire.

«Prete di strada, guida per i giovani della periferia più difficile di Palermo, don Pino Puglisi è il simbolo di una Chiesa che non si piega alla mafia ma la combatte con parole forti e azioni concrete. A ventisette anni dalla barbara uccisione, la sua voce il suo ricordo continuano a spronarci e ad essere d’esempio alla lotta alle cosche», ha commentato il presidente del Senato Elisabetta Casellati.

«L’allora cardinale di Palermo spiegò la morte di don Pino in maniera semplice e drammaticamente vera: «… era uno che faceva il suo dovere». Con queste parole il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra ha ricordato don Puglisi. «se tutti, preti e non, laici e credenti, atei e devoti, facessimo il nostro dovere di essere umani e cittadini – ha aggiunto -, la mafia sarebbe solo oggetto di film di fantascienza». «l’esperienza umana e pastorale del beato Pino Puglisi è ancora oggi uno dei fari che guida il percorso di rinascita e liberazione della città», dice il sindaco Orlando. «I suoi valori restano nel tempo», è il commento dei parlamentari del Movimento 5 Stelle della commissione Antimafia della Camera. Per 3P un ricordo anche su Twitter firmato da Ficarra e Picone: «il 15 settembre del 1993 la mafia uccideva Padre Pino Puglisi, un prete che predicava l’amore. Il suo sorriso è ancora vivo…».

di Mariella Pagliaro

 

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