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Centro di Accoglienza Padre Nostro - Onlus
Fondato dal Beato Giuseppe Puglisi il 16 luglio 1991. Eretto in ente morale con D.M. del 22.09.1999
Centro di Accoglienza Padre Nostro Onlus

Donne vittima di violenza, "l’accoglienza da sola non basta, servono progetti di concreta autonomia"

Parla Maurizio Artale del Centro Padre Nostro di Palermo che, oltre al Centro antiviolenza Beato Puglisi, da 20 anni nella casa Al Bayt accoglie donne con bambini. "Tutti i risultati che si raggiungono rischiano di essere vanificati se non si investe sulla fase in cui alla donna con i figli viene data la possibilità, sostenuta con un sussidio economico pubblico, di migliorare la situazione lavorativa e di potersi mantenere da sola"

data articolo 14/03/2022 autore Redattore Sociale categoria articolo RASSEGNA
 
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Donne vittima di violenza, 'l’accoglienza da sola non basta, servono progetti di concreta autonomia'
Casa Al Bayt di Palermo

PALERMO - Dopo le prime fasi di accoglienza e di sostegno, le donne vittime di violenza, in gran parte dei casi con minori a seguito, hanno bisogno di essere aiutate ad iniziare una nuova vita che parta soprattutto da un lavoro dignitoso e da una sistemazione abitativa propria. Dopo un'esperienza ultra ventennale sul campo, parla Maurizio Artale, presidente del centro Padre Nostro di Brancaccio, che gestisce il centro antiviolenza Beato Giuseppe Puglisi" e la casa rifugio Al Bayt.
Per il momento la casa ospita 6 donne con 13 minori. In particolare, si tratta di 4 donne italiane, di una donna originaria del Ghana e di un'altra della Romania.

Le prime forme di ascolto e di intervento alle donne avvengono presso il Centro antiviolenza "Beato Giuseppe Puglisi", sorto nel cuore di Brancaccio negli ampi locali restaurati dell'ex mulino del sale. Alla realtà si rivolgono tutte le donne, italiane e straniere con figli, che vivono o hanno vissuto una situazione di violenza (fisica, sessuale, domestica, psicologica, economica, razziale) o sono state vittime di stalking e minacce. Tra i servizi, da segnalare l’ascolto telefonico (Helpline), il sostegno psicologico e psicoterapeutico, l’assistenza legale, la programmazione di progetti di aiuto, sostegno, reinserimento nel contesto sociale e lavorativo, la possibilità di partecipare ad iniziative culturali e sociali di prevenzione, di informazione e di sensibilizzazione.

Se il caso esposto dovesse essere più grave, avviene l'inserimento nella casa rifugio di prima accoglienza Al Bayt che, dal 2012, accoglie 18 donne con bambini. La donna viene accolta in situazione di prima emergenza su segnalazione del tribunale o dei servizi sociali competenti. La casa, ricavata su un'ampia villetta, è organizzata come una comunità di tipo familiare, finalizzata all'accoglienza temporanea di donne che hanno bisogno di un luogo sicuro per sottrarsi a situazioni di maltrattamento e violenza. Con la donna, accolta insieme ai suoi bambini, viene realizzato un progetto personale di graduale autonomia. Il periodo di permanenza nella casa è di sei mesi ma può variare in relazione alle caratteristiche del caso, arrivando ad un anno o un anno e mezzo.

La Casa da quando ha aperto ha accolto 48 donne con figli. Su 42 donne che hanno completato il loro percorso, 36 hanno imparato in autonomia ad accedere ai vari servizi socio-sanitari e socio-assistenziali per sé e per i propri figli; 10 hanno conseguito la licenza media; una donna si è iscritta all'Università in Scienze dell'Educazione; due hanno conseguito l'attestato di operatore socio-assistenziale; 22 donne hanno trovato un lavoro (collaboratrice domestica o badante) indispensabile per la dimissione dalla struttura; sei donne, oltre al lavoro, hanno trovato anche una casa; 2 donne attraverso l'Agenzia della Casa hanno trovato una sistemazione abitativa avvalendosi del contributo economico previsto dal comune; due donne dopo il completamento del percorso sono state assunte dal Centro Padre Nostro come ausiliarie di Casa Al Bayt.

Infine, dopo circa un anno di permanenza nella Casa la donna viene accolta in una struttura di seconda accoglienza in cui si sperimenta l'autogestione e la 'convivenza quasi autonoma' con altre donne, con un tutoraggio periodico di tre volte alla settimana delle figure professionali. Attualmente, il Centro Padre Nostro, grazie ad alcune donazioni ricevute, sta lavorando per l'apertura di tre realtà dedicate all'accoglienza di secondo livello. Una volta conclusa questa seconda fase, occorrerebbe che la donna potesse essere messa nelle condizioni reali di vivere in piena autonomia con una casa e un lavoro. Ad oggi, secondo il Centro Padre Nostro manca proprio l'organizzazione ed il supporto concreto di questa terza fase con l'ausilio di tutori domiciliari una volta al mese.

"L'accoglienza, ormai lo sappiamo bene, da sola non basta a generare un cambiamento concreto - afferma Maurizio Artale, presidente del centro Padre Nostro di Brancaccio -. Bisogna che le istituzioni competenti regionali, che si avvalgono dei fondi ministeriali dedicati al tema, possano mettere in campo tutti gli strumenti atti a favorire dei progetti di concreta autonomia di vita. Nella nostra Casa Al Bayt abbiamo 9 operatori (educatori, psicologi e assistenti sociali) che fanno una turnazione h24 per aiutare la donna nei suoi primi bisogni. Poi lo Stato prevede una seconda realtà di secondo livello, altrettanto importante perché aiuta la donna ad auto-gestirsi insieme ad altre nel percorso di recupero di se stessa. Tutti i risultati personali e di gruppo che si raggiungono, rischiano però di essere vanificati se non si investe sulla terza fase: quella in cui alla donna con i figli viene data la possibilità, sostenuta con un sussidio economico pubblico, di migliorare la situazione lavorativa e di potersi mantenere una casa da sola”.

“Soltanto in questo modo la donna potrebbe realmente riprendere pienamente la sua vita al di fuori delle logiche esclusivamente assistenziali – continua -. Alla Regione, qualche tempo fa, abbiamo fatto una proposta di questo tipo, partecipando all'interno di un tavolo dedicato. Il sussidio, una volta e per tutti, dovrebbe per la prima volta mettere soltanto al centro la donna e suoi figli. In questo modo ci sarebbe un notevole risparmio pubblico per la riduzione delle strutture di accoglienza. L'appello alle istituzioni è quello di fare questo importante e significativo passo avanti per la donna che andrebbe pure a beneficio di tutta la società".

"Negli anni abbiamo avuto anche casi difficili di donne con tanti figli che, a poco a poco, si sono riappropriate del loro ruolo di madri e donne anche lavoratrici ed impegnate socialmente. Abbiamo avuto la soddisfazione di avere accolto una donna immigrata che è riuscita anche a fare laureare i suoi figli. Alcune ce la fanno ma per altre ancora non è così. Attualmente, accogliamo anche una giovane minorenne che aspetta un bambino. Purtroppo, la donna ha ancora forti difficoltà a rifarsi una vita se pensiamo anche al pericolo e al rischio effettivo legato agli autori dei reati che tornano liberi. Il percorso di reale autonomia di vita dovrebbe prevedere ulteriori misure di protezione e di sostegno economico di chi deve imparare a vivere da sola e a gestire economicamente la sua vita senza l'ausilio continuo degli operatori”.

di Serena Termini

Fonte: Redattore Sociale

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