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Il trentennale dell’omicidio di mafia di Puglisi, il sacerdote Beato. Don Pino fiaccola di Brancaccio «Il suo nome sia segno di riscatto»

In duecento alla manifestazione per le vie del rione. Oggi messa con Zuppi e Lorefice

data articolo 15/09/2023 autore Giornale di Sicilia categoria articolo RASSEGNA
 
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Il trentennale dell’omicidio di mafia di Puglisi, il sacerdote Beato. Don Pino fiaccola di Brancaccio Il suo nome sia segno di riscatto
Articolo del Giornale di Sicilia del 15 settembre 2023

È partita da piazzetta Padre Pino Puglisi, la fiaccolata che ieri sera ha attraversato il quartiere di Brancaccio in ricordo del Beato. Dal luogo dove il parroco venne assassinato, la sera del 15 settembre 1993, più di duecento persone hanno raggiunto via Fichidindia, fino al terreno dove dovrebbe sorgere il complesso parrocchiale voluto fortemente da don Pino, quando era ancora in vita. Fiaccole e tanta commozione per onorare la memoria di un parroco che «non restò chiuso dentro le mura della Chiesa – spiegano diversi abitanti di Brancaccio – ma scelse di vivere e di operare in mezzo alla gente, per la gente». L’Amat, per venire incontro alle richieste dei tanti fedeli e di coloro che volevano raggiungere il quartiere dell’area sud della città, ha prolungato fino a mezzanotte il servizio della linea 1 del tram e delle linee autobus 212 e 226 e 101. «Lui è fisicamente assente – dice l’arcivescovo Corrado Lorefice-. Ma questa assenza ci chiede un’assunzione di responsabilità. Le ferite di allora sono anche quelle di oggi. La nostra città ha bisogno di rigenerazione. Dobbiamo essere capaci di tornare a praticare quel riscatto di cui lui è stato capace». C’erano soprattutto giovani, tante famiglie del quartiere e rappresentanti delle istituzioni, come il sindaco, Roberto Lagalla. «I testimoni lasciano un segno – afferma il primo cittadino – che resta come un’orma negli anni. Questo è stato Pino Puglisi, un lievito che ha fatto fermentare questo quartiere, che ha ancora bisogno tanto. Mi ha fatto piacere vedere una buona partecipazione cittadina al Consiglio comunale aperto che abbiamo riunito proprio a Brancaccio. Gli abitanti – conclude Lagalla – hanno riconosciuto l’impegno dell’amministrazione comunale. C’è ancora tanta strada da fare, ma noi speriamo di percorrerla insieme». A organizzare la fiaccolata, la parrocchia di San Gaetano e il Centro Padre Nostro Onlus. «Siamo contenti – spiega Maurizio Artale, presidente del centro di accoglienza che fu voluto proprio dal parroco assassinato – di poter dire che l’idea del quartiere che aveva don Pino Puglisi, siamo riusciti a realizzarla. Dopo trent’anni ce l’abbiamo fatta. La mafia non ha fermato la sua spinta morale, teologica e spirituale. Era un profeta – aggiunge Artale – perché pensava e sognava le cose che nessuno vedeva. Ma oggi, che finalmente sono state realizzate dal Centro che lui ha fondato, possiamo dire a gran voce che la visione era quella giusta». Oggi alle 18 in Cattedrale, si svolgerà la messa solenne presieduta dal Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, reduce del lungo viaggio all’estero – ultima tappa in Cina – per le trattative di pace in Ucraina. Il numero uno della Cei ha viaggiato nella notte appena trascorsa, per raggiungere la città in mattinata. La messa sarà celebrata da lui assieme ai vescovi della Sicilia. Alle 21, sul sagrato della Cattedrale, sarà presentata la nuova edizione de Il Discepolo di Lia Cerrito, un testo molto amato dal parroco e da lui utilizzato spesso durante i campi come spunto di meditazione. Domani il concerto in Cattedrale diretto dal maestro Marco Frisina mentre da venerdì prossimo la Compagnia dei Pupi Antimafia di Angelo Sicilia, ricorderà per una settimana don Pino con una rassegna di spettacoli. Sarà portata in scena l’opera Padre Puglisi. Un prete contro la mafia in diverse località della provincia. Da Cinisi a Corleone, passando dall’istituto comprensivo Pirandello-Borgo Ulivia di Falsomiele: «Vogliamo restituire ai giovani – ha spiegato il puparo – quello che abbiamo ricevuto da lui». 

di Tiziana Albanese


Un film e una lunga diretta, l’omaggio del Tgs

Un pomeriggio di programmazione televisiva dedicata a padre Pino Puglisi. Tgs ha preparato una lunga diretta sulla figura del sacerdote, oggi beato. Si parte alle 16.25 con il film L’ultimo sorriso. Alle 17.30 sarà in diretta il programma Padre Pino Puglisi, la sfida di un sorriso, a cura della redazione di Tgs, in cui saranno mostrate fotografie e luoghi in cui visse il sacerdote ucciso trent’anni fa. Verranno proposte interviste alla nipote di don Pino e a chi gli fu vicino quando era parroco nella chiesa di San Gaetano. All’interno dello speciale, condotto da Giovanni Villino, sarà trasmessa in diretta la messa in Cattedrale: il momento della solenne celebrazione eucaristica, nel giorno del sacrificio di don Pino, sarà alle 18. La cerimonia sarà presieduta dal Cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale. Sono previsti collegamenti anche dal sagrato della Conferenza episcopale. Sono previsti collegamenti anche dal sagrato della Cattedrale per interviste ai fedeli. In studio, invece, per ripercorrere la vita del parroco e commentare i momenti salienti della celebrazione in Cattedrale, ci saranno padre Cosimo Scordato, suor Anna Alonzo e don Franco Romano. Nel corso della puntata saranno presentati agli spettatori diversi contributi mentre, al termine, ci sarà l’omaggio di Ficarra e Picone. Dopo il telegiornale, che andrà in onda alle 20.20, sarà riproposto il film L’ultimo sorriso, a partire dalle 21.20.


La testimonianza: il medico amico che quella sera con l’allora fidanzata doveva mangiare la pizza assieme a 3P

«Lo vidi morire, ma c’era gente che già lavava il suo sangue»

Avevamo appuntamento, Maria Teresa e io, perché Pino Puglisi ci seguiva entrambi e ci accompagnava nel percorso preparatorio alle nozze, che avrebbe benedetto da lì a pochi mesi. E desideravamo festeggiare il suo compleanno con qualcosa che gradiva sempre e molto: la pizza. Ne era ghiotto e, nonostante fossimo un po' in ritardo, avevamo deciso di passare a comprarla presso una pizzeria vicino casa sua, così che invece di arrivare da lui alle 9 di sera, come fissato, siamo arrivati con un quarto d’ora di ritardo. Non sapevamo se fosse già rincasato e così, mentre Maria Teresa mi aspettava in macchina, io scesi per sincerarmene. Arrivato davanti al portone di casa sua, notai che una persona stava passando lo straccio per terra e alcuni balconi erano illuminati con gente affacciata. Una nota stonata: in tanti anni di frequentazione ero abituato alla desolazione e alla penombra tipiche di quella piazza. Quelle luci fuori posto creavano un’atmosfera surreale, come fari accesi su di un set cinematografico. Appena citofonai, una persona dal balcone del primo piano mi chiese chi cercassi e, saputo che avevo appuntamento con Padre Puglisi, mi comunicò laconicamente che «si era sentito male» ed era stato trasportato al pronto soccorso del Buccheri – La Ferla, l’ospedale più vicino. Corsi alla macchina e con Maria Teresa ci precipitammo al pronto soccorso, dove mi qualificai come medico e, imbrogliando spudoratamente, come il cugino di Padre Puglisi. Mi fecero entrare in una saletta dove mi si presentò una scena che non posso dimenticare. Padre Puglisi sdraiato su una lettiga, intubato e ventilato da una rianimatrice, infuso e monitorato. Una collega cardiologo lo stava auscultando e, subito dopo, scuotendo il capo, si allontanò mentre il tracciato sul monitor mostrava quei rari impulsi elettrici, segni di un cuore in arresto. La collega anestesista, tuttavia, continuava a ventilarlo ostinatamente, mentre scopriva un piccolo foro dietro l’orecchio, dal quale fuoriusciva sangue. Anche dall’orecchio sinistro ne fuoriusciva e il medico che era in me tentò automaticamente di vagliare tutte le ipotesi, tranne l’unica vera e impensabile: com’è possibile che sparino al tuo amico e, per di più, prete? Ora sono solo. Anche la rianimatrice ha lasciato la saletta e io rimango in compagnia di padre Puglisi. Camicia aperta sul torace scoperto, elettrodi attaccati, cannula tracheale rimossa e accanto alla lettiga, catetere venoso, sangue dal foro e dall’orecchio… Pino, che ti è successo? Sei caduto, hai sbattuto, idea tanto stupida quanto pazzesca, sul raschietto davanti al tuo portone? Guardo il monitor: le immagini scorrono come sulla moviola, un registratore al rallentatore che mostra le ultime attività elettriche fino alla linea piatta. Ora sei morto. Guardo la tua cintura vecchia e lisa… i tuoi pantaloni logori… sempre il solito essenziale, oserei dire quasi indigente (se misurato col metro banale di noi uomini qualunque). Tutti i tuoi soldi sono sempre stati per il Centro Padre Nostro, che era il fulcro del tuo grande impegno per Brancaccio. Era il tuo servizio per il prossimo, i ragazzi, i poveri, i diseredati del tuo quartiere che non hanno che te e il tuo grande amore per l’uomo e la giustizia. Era il tuo enorme cuore, che ha sempre visto il Signore in chiunque, mafiosi compresi. E ora questo cuore ha smesso di battere. Le lacrime scendono senza che me ne accorga mentre ti tocco incredulo con timore e rispetto. Il tuo corpo adesso non è che un guscio vuoto: il tuo spirito lo ha lasciato. I ricordi diventano sprazzi costellati di dettagli, confusi e slegati, come flashback che si sovrappongono in un film in bianco e nero. Uscii dal pronto soccorso inebetito e finalmente, non so come, compresi che ti avevano sparato. Il tipo che passava lo straccio a terra, quando ancora neanche la polizia era arrivata, stava pulendo il marciapiede dal tuo sangue. Non era decoroso, per i tuoi vicini di casa, che il cemento ne rimanesse imbrattato. In macchina con Maria Teresa restammo in silenzio. Gettammo i cartoni con le pizze nel cassonetto, meccanicamente, senza pensarci. Senza pensare che, se non le avessimo comprate, probabilmente saremmo arrivati sotto casa tua magari mentre rincasavi. Chissà cosa sarebbe successo: forse per quella sera non ti avrebbero ucciso, avrebbero rinunciato, aspettando un’altra occasione… o chissà… Chiamo Riccardo, il mio amico giornalista, e gli racconto tutto. Ovviamente mi consiglia di fare altrettanto con la polizia che, trovato il mio nome sulla sua agenda degli appuntamenti del 15 settembre, in seguito mi contatterà per chiedermi di deporre.



Le testimonianze di Maurizio Francoforte e Ugo Di Marzo

Il grido dalle periferie: l’emergenza è il lavoro

L’appello dei parroci di Brancaccio e Roccella

Trent’anni dopo l’omicidio di don Pino Puglisi nei quartieri di periferia tra Brancaccio, lo Sperone e Roccella le emergenze sociali e criminali non sono tramontate anche se oggi si è fatta largo una grande voglia di cambiamento. Nei territori di frontiera si vive tra luci e ombre e ne sanno qualcosa i sacerdoti che continuano a portare avanti con impegno l’eredità lasciata dal Beato soprattutto sul fronte dei giovani. Padre Maurizio Francoforte, alla guida di San Gaetano, la chiesa di Brancaccio che fu di don Pino, e don Ugo di Marzo, parroco di San Marco allo Sperone e di Maria Santissima delle Grazie in Roccella, sono testimoni delle difficoltà delle migliaia di famiglie dei tre quartieri. «La prima emergenza resta quella del lavoro – spiega padre Francoforte – la mancanza di occupazione si porta dietro fenomeni criminali e disagio giovanile. Sappiamo tutti che in città la criminalità non è stata debellata, nonostante l’impegno dello Stato sul fronte della repressione. Resta un profondo malessere. Probabilmente noi adulti non siamo in grado di trasmettere i valori giusti, di aiutare a discernere ciò che è bene e ciò che è male. Ciascuno di noi dovrebbe coltivare intimamente il sentimento della bellezza, vivere nella consapevolezza di contribuire al cambiamento recuperando il desiderio di lasciare qualcosa di più bello di quanto abbiamo incontrato nel nostro cammino. Don Pino aveva una fiducia totale nel cuore dell’uomo sperava nel cambiamento. Oggi noi portiamo avanti il suo insegnamento e lavoriamo soprattutto con le giovanissime generazioni, con i più piccoli». Anche padre Di Marzo ritiene che la mancanza di lavoro di istruzioni pesi profondamente sulla possibilità di riscatto dei quartieri. «Rispetto a trent’anni fa non c’è quella pesante incidenza mafiosa ma i mali di quella che è stata definita una periferia esistenziale resistono tristemente. Per fortuna nella gente si fa avanti con forza la volontà di cambiamento. In tanti bussano alla nostra porta per chiedere aiuto. Nella chiesa di Roccella gli spazi di aggregazione sono sempre aperti e nei giovani è cresciuta la consapevolezza di avere cura dei beni comuni. Un segnale importante. Oggi tanta gente si fa avanti perché vuole una vita migliore per i propri figli, chiedono i libri, la borsa di studio, il doposcuola. In sostanza, aumenta la richiesta di supporto in un territorio dove i servizi dello Stato sono carenti. Il lavoro sui piccoli iniziato in maniera profetica da don Pino Puglisi sta dando i suoi frutti. Certo, pesa come un macigno la mancanza di lavoro e di cultura adeguati. Senza un titolo oggi è difficile trovare un’occupazione anche per chi vive in altri contesti. Figuriamoci allo Sperone, quartiere noto per essere una delle principali piazze di spaccio del Sud, dove la vendita di droga, in mancanza di un posto sicuro, da tanti è vissuta come un lavoro a tutti gli effetti. C’è ancora tanto da fare. Noi ci impegniamo ogni giorno per onorare l’eredità di don Pino e contribuire al cambiamento».

di Virgilio Fagone


In libreria il volume di Cavadi e don Scordato

Il ruggito disperato del prete scomodo

Trent’anni senza don Pino Puglisi. Dieci anni da quando la Chiesa lo ha proclamato beato, martire in odium fidei, cioè come conseguenza della sua professione di fede. Augusto Cavadi e don Cosimo Scordato in Padre Pino Puglisi, un leone che ruggisce di disperazione (Il pozzo di Giacobbe editore; pp. 202; 18€). Rileggono il caso Puglisi e lo analizzano da nuovi punti di vista. Il filosofo laico (Cavadi) e il teologo cattolico (Scordato) restituiscono ai lettori la figura di un uomo e di un prete libero il cui sorriso mite, oggi come allora, resta «accogliente, disarmante, rasserenante» perché proprio il sorriso «costituisce il primo momento del metodo dialogico e pedagogico di 3P», com’era soprannominato padre Pino Puglisi. Nel volume, da oggi nelle librerie, gli autori fanno un bilancio critico e cercano di capire se si sono «sradicate le condizioni perché si verifichi di nuovo qualcosa del genere», scrive l’editore Crispino Di Girolamo, domandandosi perché in un territorio tradizionalmente cristiano, sia stato ucciso un prete per il lavoro che stava svolgendo nella sua parrocchia, e se possa bastare essere uccisi dalla mafia per essere dichiarati dalla Chiesa beati e poi, magari, santi. Cavadi (per cui Paolo Borsellino meriterebbe la beatificazione non meno di Livatino e Puglisi) parte dai mandanti inconsapevoli del delitto Puglisi. Dietro ogni cadavere vittima di mafia, oltre agli esecutori materiali e ai mandanti ovvero i boss che ne ordinano la morte, ha anche una terza di colpevoli «che nessuna indagine poliziesca può individuare perché si tratta quasi sempre di colpevoli ignoti a se stessi: però, dal punto di vista etico, non hanno certo responsabilità di minori o trascurabili». Sono i mandanti inconsapevoli, «categoria sociologica sinora pressoché assente negli studi di mafia. E don Pino, pecora nera rispetto ad altri parrini che vivevano il loro ministero pastorale al sicuro nel recinto della sacrestia, ne aveva tanti intorno. Il filosofo, dopo aver analizzato l’indifferenza degli indifferenti, nel capitolo dedicato alle strategie terapeutiche si concentra sulle dieci tappe di una formazione alla legalità integrale partendo da una solida piattaforma di spiritualità umana. E riporta la risposta di Leonardo Sciascia pubblicata nel numero 50 della rivista Segno: alla domanda se vedesse la Chiesa fra i responsabili della situazione a Palermo nella seconda metà del XX secolo, lo scrittore rispose con la solita icasticità: «La Chiesa principalmente». Don Scordato, invece, con uno sguardo teologico-pastorale parla della semplicità evangelica e della complessità esistenziale di don Pino, analizza l’ambiguità religiosa della mafia e quale percezione della mafia abbia avuto la Chiesa. Don Pino che nella poesia Che cosa è l’uomo si era, come sempre, immedesimato in quella gioventù che lo circondava e che riusciva a realizzare quanto di bello aveva dentro e che, come un leone, «ruggisce, ruggisce di disperazione e ha sete di libertà». 

di Giusi Parisi

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