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Don Puglisi, eroe del quotidiano. Nove anni fa l'agguato mafioso

data articolo 15/09/2002 autore Giornale di Sicilia categoria articolo RASSEGNA
 
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Articolo del Giornale di Sicilia
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(lsi) Era la sera del suo cinquantaseiesimo compleanno, un uomo gli puntò una pistola alla tempia e disse: "Questa è una rapina". "Me l'aspettavo", rispose lui, abbozzando un sorriso ironico, poi cadde colpito dall'unico proiettile sparato da Salvatore Grigoli, "il cacciatore", killer della cosca di Brancaccio cui venne affidato il compito più atroce: uccidere un sacerdote, un uomo "buono" che aveva consacrato la sua vita al recupero dei giovani del quartiere e che, per questo, era diventato un nemico da abbattere. Nove anni fa moriva così padre Pino Puglisi, "uno dei migliori sacerdoti della diocesi", come disse il cardinale Salvatore Pappalardo. Ed il suo killer, Grigoli, a giudizio dei magistrati, è adesso uno di pochi "pentiti" anche di fatto: il rimorso per il delitto gli ha aperto la strada di una conversione non solo giudiziaria, che lo ha condotto lontano dai suoi valori di Cosa nostra. Con l'uccisione di don Puglisi la mafia corleonese svelò il suo vero volto sanguinario e feroce, che non ferma la mano di un killer davanti alla sacralità di una tonaca nera, ritenuta, fino ad allora, inviolabile. E se le ragioni dell'omicidio raccontate dai collaboratori sono certamente aderenti alla realtà, e cioè quelle di strappare al quartiere un infaticabile educatore ai valori di giustizia e legalità, legando la preghiera alla missione sociale e indicando ai giovani di Brancaccio nuove prospettive di vita, opposte a quelle offerte dalla "scuola" di Cosa Nostra, gli investigatori hanno indagato a lungo, senza successo, sul contesto in cui è maturato l'omicidio, anomalo, di un uomo di chiesa, ucciso nel pieno della stagione stragista, pochi mesi dopo le bombe di Roma, Firenze e Milano e conclusa dall'arresto dei fratelli Graviano, mandanti dell'assassinio del sacerdote, nel febbraio del '94. Quella sera Grigoli non agì da solo: con lui c'erano quattro picciotti di Brancaccio, i migliori killer della cosca chiamati a raccolta per uccidere un uomo con la tonaca solo ed inerme: Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, Gaspare Spatuzza, coordinati da Nino Mangano. Sono stati condannati tutti all'ergastolo in primo grado, così come i fratelli Giuseppe e Filppo Graviano, i boss stragisti, cui la Cassazione ha confermato la massima pena, infliggendo 16 anni al killer pentito. A parlare per primo del delitto del sacerdote fu Emanuele Di Filippo, collaboratore di giustizia affiliato alla cosca di Brancaccio, che rivelò ai magistrati alcune confidenze che gli avrebbe fatto Grigoli: lo stesso killer, il giorno del suo arresto, confessò ogni responsabilità. Ad andare a giudizio furono i fratelli Graviano, indicati come mandanti, le confessioni di Grigoli spedirono sul banco degli imputati gli altri quattro. La Chiesa ritenne di non costituirsi parte civile e la sua decisione provocò una polemica con il pubblico ministero Lorenzo Matassa, che in aula si chiese: "Dove sono le parti civili? Dov'è la Chiesa che ha visto assassinare uno dei suoi figli migliori?... La mafia di Brancaccio sarà forse condannata in questo processo, ma il Centro Padre Nostro, la chiesa di Brancaccio, non avranno, da questo processo, un soldo per continuare a far vivere le idee di don Puglisi". "Dinanzi alle sollecitazioni ricevute perché la Chiesa di Palermo si costituisca parte civile ­replicò l'arcidiocesi -riteniamo, sia l'arcidiocesi che la parrocchia di San Gaetano, che essa non sia necessaria né opportuna". Giuseppe Graviano ha sempre negato ogni responsabilità: "Quel giorno ero sul treno tra Padova e Milano, ho appreso dell'omicidio leggendo il giornale. La mia religiosità mi impedisce di commettere un atto simile". Lara Sirignano

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